Nella cultura contemporanea del lavoro e della produttività, il fine settimana viene spesso concettualizzato secondo due modelli antitetici ma ugualmente problematici. Da un lato, vi è la tendenza a considerare il sabato e la domenica come una mera estensione della settimana lavorativa, dedicata allo svolgimento di tutte quelle incombenze domestiche, burocratiche e sociali che non si è riusciti a gestire nei giorni feriali, riempiendo l’agenda di impegni fino a tornare al lunedì mattina più affaticati di prima. Dall’altro lato, vi è l’approccio del “recupero” estremo, caratterizzato da lunghi periodi di inattività sul divano, ore di sonno sregolate e un consumo passivo di contenuti digitali, nella convinzione che il corpo e la mente necessitino esclusivamente di spegnimento totale. Tra questi due estremi si colloca una terza via, più sfumata e benefica, che potremmo definire “riposo attivo”, una modalità di gestione del tempo libero che mira a rigenerare le energie psicofisiche attraverso attività a bassa intensità ma ad alto tasso di gratificazione e presenza mentale.
Il riposo attivo si fonda sul presupposto neurofisiologico che il cervello e il corpo non si rigenerano soltanto attraverso l’assenza di stimoli (il sonno profondo, ad esempio, è tutto fuorché assenza di attività cerebrale), ma anche attraverso il cambiamento del tipo di stimolazione e del contesto ambientale. Dopo una settimana trascorsa in gran parte in spazi chiusi, davanti a schermi luminosi e impegnati in compiti cognitivi che richiedono attenzione focalizzata e analitica, ciò di cui il nostro sistema nervoso ha maggiore bisogno è un cambiamento di prospettiva sensoriale. Uscire all’aria aperta per una camminata lenta e senza una meta precisa, magari in un parco urbano, lungo un argine fluviale o nei sentieri collinari che circondano molte città italiane, non è un’attività fisica finalizzata al consumo calorico o alla performance sportiva, ma una forma di nutrimento percettivo. Osservare il lento mutare delle stagioni nella vegetazione, percepire la variazione di temperatura e umidità sulla pelle, ascoltare suoni non prodotti dall’uomo come il fruscio del vento tra le foglie o il canto degli uccelli, sono esperienze che attivano i circuiti cerebrali della cosiddetta “attenzione involontaria”, consentendo ai sistemi di controllo esecutivo, affaticati dalla settimana lavorativa, di riposare e rigenerarsi.
Un’altra componente fondamentale del riposo attivo è rappresentata dall’impegno in attività manuali a bassa complessità tecnica ma ad alta componente sensoriale. La cura delle piante sul balcone o in giardino, la preparazione di una ricetta che richiede gesti lenti e ripetitivi come impastare il pane o preparare una marmellata, la sistemazione di un cassetto disordinato o il rammendo di un capo di abbigliamento, sono esempi di compiti che, pur non essendo “produttivi” nel senso economico del termine, generano un senso di appagamento e di ordine interiore. Queste attività, che coinvolgono la motricità fine e un livello di concentrazione moderato ma non stressante, permettono di accedere a uno stato mentale prossimo alla mindfulness, in cui l’attenzione è ancorata al gesto presente e il flusso di pensieri ruminativi e ansiogeni, tipico dei periodi di stress lavorativo, si placa naturalmente. Il profumo del lievito madre che fermenta o la soddisfazione tattile di una superficie levigata con cura sono piccole ricompense sensoriali che contribuiscono a ricostituire il nostro senso di autoefficacia e di benessere.
