L’acqua è il costituente quantitativamente più abbondante dell’organismo umano e il solvente in cui avvengono la quasi totalità delle reazioni biochimiche che sostengono la vita e la funzione cerebrale. Nonostante questa innegabile centralità fisiologica, l’atto di bere acqua a sufficienza nel corso della giornata è spesso relegato a un’abitudine secondaria, subordinata alla percezione dello stimolo della sete, la quale, tuttavia, rappresenta un segnale già relativamente tardivo di un bilancio idrico non ottimale. Mantenere uno stato di euidratazione, ovvero un equilibrio appropriato tra liquidi introdotti e liquidi eliminati, non è importante soltanto per la termoregolazione, la funzione renale e la salute della pelle, ma esercita un’influenza diretta e misurabile sulle prestazioni cognitive, sulla capacità di concentrazione, sulla memoria a breve termine e sulla regolazione del tono dell’umore nel corso della giornata.
Il cervello umano è un organo estremamente sensibile alle variazioni dello stato di idratazione. Composto per circa il settantacinque percento di acqua, esso dipende da un flusso ematico costante e adeguato per ricevere ossigeno e glucosio e per rimuovere i prodotti di scarto del metabolismo neuronale. Anche una disidratazione di grado lieve, definita come una perdita di massa corporea compresa tra l’uno e il due percento dovuta a deficit di liquidi, è sufficiente a determinare un aumento della viscosità del sangue e una conseguente riduzione del flusso cerebrale. Questo fenomeno si traduce in una serie di alterazioni funzionali che possono manifestarsi come difficoltà a mantenere l’attenzione focalizzata su un compito prolungato, maggiore facilità alla distrazione, tempi di reazione rallentati e una percezione soggettiva di affaticamento mentale e di “nebbia cognitiva”. Anche la memoria a breve termine e la memoria di lavoro, ovvero la capacità di trattenere e manipolare temporaneamente informazioni per l’esecuzione di un compito, risultano compromesse in condizioni di ipoidratazione.
