Un altro fronte su cui l’utente domestico può intervenire attivamente riguarda la gestione dei backup e della memoria digitale locale e remota. L’archiviazione indiscriminata di fotografie, video e documenti su servizi cloud gratuiti crea un accumulo costante di dati definiti “dark data”, ovvero informazioni che non vengono più consultate o utilizzate ma che occupano spazio su server remoti, costringendo i gestori a dimensionare la propria capacità di storage e di calcolo per far fronte a questa domanda latente. Effettuare sessioni periodiche di pulizia digitale, eliminando i file duplicati, i video di bassa qualità e gli allegati di posta elettronica obsoleti, non solo libera spazio prezioso sui nostri dispositivi locali e sui piani di archiviazione cloud a pagamento, ma contribuisce in modo aggregato a rallentare la crescita della domanda di nuovi data center. È una forma di manutenzione culturale dell’ecosistema digitale che richiede tempo e disciplina, ma che nel lungo periodo produce benefici tangibili sia per l’individuo che per la collettività.
Parallelamente alla riduzione del volume dei dati archiviati, è opportuno riflettere sulle impostazioni di qualità dei contenuti fruiti in streaming. La differenza in termini di bitrate tra un flusso video in definizione standard, alta definizione e ultra-alta definizione (4K o 8K) è abissale. Sebbene la qualità visiva migliori sensibilmente con l’aumentare della risoluzione, su schermi di dimensioni contenute, come quelli di uno smartphone o di un tablet, l’occhio umano fatica a percepire la reale differenza tra un flusso a 1080p e uno a 2160p. Impostare manualmente la qualità dello streaming su un livello intermedio o selezionare l’opzione “Auto” che si adatta alla larghezza di banda e alle dimensioni del display, piuttosto che forzare sempre la massima risoluzione disponibile, è una scelta che incide direttamente sulla quantità di dati trasferiti attraverso la rete e, conseguentemente, sull’energia necessaria per codificare, trasmettere e decodificare quel contenuto. L’ascolto di musica in sottofondo mentre si svolgono altre attività non richiede necessariamente un flusso audio ad altissima fedeltà lossless, che consuma molte più risorse di un formato compresso di buona qualità.
Infine, l’approccio alla sostenibilità digitale non può prescindere da una valutazione consapevole dell’hardware che scegliamo di acquistare e della sua longevità. La produzione di un nuovo smartphone o di un computer portatile comporta un costo ambientale elevatissimo in termini di estrazione di minerali rari, consumo di acqua e processi industriali energivori. Allungare il più possibile la vita utile dei dispositivi, resistendo alle sirene del marketing che spingono verso aggiornamenti annuali non sempre giustificati da reali innovazioni funzionali, è forse la singola azione a più alto impatto positivo che un consumatore possa compiere. Ciò implica prendersi cura del dispositivo, sostituire la batteria quando questa perde efficienza anziché rottamare l’intero telefono, e valutare l’acquisto di prodotti ricondizionati o provenienti dal mercato dell’usato certificato. Questa mentalità, che un tempo apparteneva alla cultura materiale italiana del “far durare le cose”, applicata all’ambito tecnologico rappresenta una forma di resistenza intelligente contro l’obsolescenza programmata e un contributo concreto alla riduzione dei rifiuti elettronici, una delle categorie di rifiuti in più rapida crescita a livello planetario.
