In un’epoca dominata dalla logica della velocità e dal consumo rapido di esperienze turistiche, dove l’aereo e l’alta velocità ferroviaria comprimono lo spazio e annullano il paesaggio, si sta facendo strada una modalità di viaggio diversa, più contemplativa e rispettosa dei territori attraversati. Gli itinerari ferroviari lenti, percorsi su linee secondarie e storiche che si snodano attraverso aree interne e montuose, rappresentano una forma di turismo esperienziale che invita a riscoprire il piacere del tragitto come parte integrante e qualificante del viaggio stesso. In Italia, la dorsale appenninica offre un palcoscenico straordinario per questo tipo di esplorazione, con una rete di ferrovie, talvolta minacciate da progetti di dismissione, che si inerpicano tra valli strette, gallerie elicoidali e viadotti arditi, offrendo scorci di una bellezza aspra e solenne, altrimenti invisibili dalle più battute arterie autostradali.
Percorrere l’Appennino centrale in treno significa abbandonare la dimensione anonima e funzionale dei grandi corridoi di transito per immergersi nella geografia reale e nella storia minuta del Paese. Linee come la Sulmona-Carpinone, soprannominata la “Transiberiana d’Italia” per i suoi paesaggi innevati invernali e l’isolamento delle sue stazioni, la Terni-Sulmona, che risale la Valnerina e costeggia il lago del Salto, o la Avezzano-Roccasecca, che attraversa il cuore della Marsica e della Valle del Liri, sono veri e propri musei viaggianti di ingegneria ferroviaria ottocentesca. I convogli che percorrono queste tratte, spesso composti da automotrici diesel d’epoca o da moderni treni regionali, procedono a velocità ridotte, imposte dalla tortuosità del tracciato e dall’acclività del terreno. Questa lentezza, anziché rappresentare un limite, diventa la chiave per una percezione più profonda e stratificata del paesaggio: si ha il tempo di osservare il lento mutare della vegetazione con l’altitudine, di scorgere borghi arroccati su speroni rocciosi, di notare i dettagli di un’architettura rurale in abbandono o di un’opera di sistemazione idraulica lungo un torrente.
La scelta di viaggiare su queste linee assume anche un significato culturale e politico, configurandosi come un atto di sostegno alla sopravvivenza di infrastrutture essenziali per la coesione territoriale delle aree interne. Molte di queste ferrovie, costruite con enormi sacrifici umani ed economici tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento per connettere comunità montane isolate, hanno subito negli ultimi decenni un progressivo definanziamento e una riduzione dei servizi, in favore di un modello di trasporto incentrato sulle grandi direttrici e sul traffico su gomma. Il rischio concreto è la loro trasformazione in percorsi ciclopedonali o, peggio, il loro completo smantellamento, con la conseguente perdita di un patrimonio storico e ingegneristico unico e di una fondamentale opportunità di mobilità sostenibile per i residenti e di accessibilità turistica dolce. Scegliere di utilizzare questi treni, di fotografarne le stazioni liberty in stato di abbandono e di raccontarne l’esperienza, contribuisce a mantenerne viva l’attenzione mediatica e politica, affermando il diritto alla mobilità lenta come servizio pubblico essenziale.
